condividi
stampa
  • facebook
  • twitter
  • google+

Risultati della ricerca




  • Alessandro De Stefani

    Forse pochi friulani sapranno chi è Alessandro De Stefani, uno dei maggiori commediografi italiani del Novecento: eppure è un loro conterraneo, essendo nato a Cividale il Primo gennaio del 1891. Di lui Pirandello disse che era “la più brillante speranza del Teatro italiano” ed infatti la sua compagnia e cioè il Teatro d’Arte portò al successo due lavori del Nostro: rispettivamente Il calzolaio di Messina, rappresentato a Roma per la prima volta l’11 aprile 1925 e I pazzi sulla montagna, andato in scena a Firenze nel 1927.

    Il commediografo, nato dal matrimonio di Attilio con Giustina Marini, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, più per volontà paterna che per propria convinzione, intraprese abbastanza presto l’attività di drammaturgo, scrivendo l’operetta in tre atti Addio giovinezza musicata da Giuseppe Pietri e poi rappresentata a Livorno nel 1915: nello stesso anno, a Milano, andava in scena il suo primo testo, scritto assieme a Celso Salvini, allestito dalla compagnia Talli. A questo, nel corso degli anni, ne seguiranno oltre settanta, alcuni dei quali nella forma dell’atto unico. Importanti furono le compagnie che allestirono testi di De Stefani, da quella di Antonio Gandusio a quella di Sergio Tofano, passando per quelle di Gino Cervi, di Vittorio De Sica, di Paola Borboni, di Memo Benassi, tanto per fare dei nomi illustri.

    Molti testi vennero allora pubblicati in importanti riviste, quali Il Dramma, Comoedia, Scenario. Ma De Stefani non fu soltanto un commediografo: scrisse pure dei romanzi (si ricordano Malati di passione del 1922, Il sentiero per la felicità del 1938 e Gente con me del 1956) ed anche alcuni libri “gialli”, genere che sperimentò tra i primi in Italia con notevole successo. Si dedicò pure al cinema, sia come critico – collaborò con alcuni giornali e principalmente con la radio dove fino al 1945 tenne una rubrica – sia come sceneggiatore per famosi registi quali Augusto Genina, Alessandro Blasetti, Camillo Mastrocinque, mentre in qualche caso realizzò direttamente come regista delle proprie sceneggiature, come per il film L’idiota del 1918.

    Importante pure la sua attività di studioso, della quale ricordiamo i saggi La tragedia di Macbeth del 1922 e La tragedia di Coriolano di alcuni anni dopo, nonché quella di traduttore di opere inglesi, francesi ed ungheresi, per le quali ultime ottenne il titolo di Cavaliere d’Ungheria. Dopo la guerra si stabilì in Argentina, continuando l’attività nel cinema e tornando in Italia all’inizio degli anni Cinquanta. Morì a Roma il 12 maggio del 1970.
    keyboard_arrow_right